Reportage
I misteri del Maestro

Vissarion (aka Sergey Anatolyevitch Torop, aka il Maestro), fondatore della Chiesa dell’Ultimo Testamento.
È la mia prima volta in Russia, e ad agosto a Mosca sudo come mai ho sudato nella mia vita. Dieci ore dopo l’arrivo sono già in partenza, verso un treno espresso che mi ricondurrà all’aeroporto, ma è tardi, e se perdo il volo non arriverò a Petropavlovka in tempo per la Festa dei Buoni Frutti, né potrò parlare con un siberiano che sembra Gesù e sostiene di portare la parola del Signore.
Compro un biglietto e arrivo al binario con un leggero anticipo, giusto il tempo di individuare la carrozza meno affollata e infilarmici dentro. Tre minuti dopo, il treno parte. Tiro un sospiro di sollievo, anche se l’idea di non farcela comunque continua a tormentarmi. C’è un solo volo al giorno, e non voglio ritrovarmi a discutere con il centralinista della Vladivostok Air, la principale compagnia aerea siberiana.
Se non arrivo in tempo dovrò nuovamente pianificare il mio viaggio e implorare una donna di nome Tamriko, con la quale ho avuto soltanto contatti via mail, perché convinca un membro di ciò che molti considerano una setta a svegliarsi per la seconda volta alle 4 di mattina, guidare per tre ore fino all’Aeroporto di Abakan e prelevare un americano ficcanaso per portarlo in una remota e religiosissima comunità di 4000 anime nel bel mezzo della taiga. Ogni altro giorno dell’anno si sarebbe trattato di una richiesta scomoda ma pur sempre lecita—del resto, avevo già dovuto cambiare una volta i miei piani per intoppi col visto. Ma se tra mezzora non sarò al check-in, potrò arrivare a Petropavlovka solo il 18 agosto, anniversario della più sacra delle celebrazioni della Chiesa dell’Ultimo Testamento: quel giorno, nel 1991, il ventinovenne Sergey Anatolyevitch Torop, agente della polizia stradale e pittore, si autoproclamò la reincarnazione di Gesù, adottando il nome di Vissarion e fondando una “religione unificante” che unisce cristianesimo, buddismo, induismo, paganesimo e altre credenze.
Ogni parola o pensiero di Vissarion viene registrato ne L’Ultimo Testamento, un’opera in continua evoluzione che ha ormai raggiunto i dieci volumi e le migliaia di pagine. Più di 5000 seguaci in tutto il mondo considerano l’ex-poliziotto un messia, detto anche “il Maestro,” e credono in una serie di cose come le due origini dell’universo (una avrebbe generato la natura, l’altra l’anima umana), la “Mente dello Spazio Cosmico” (ovvero, gli alieni) e l’approssimarsi della fine del mondo. O almeno, questo è quello che ho capito consultando il poco materiale tradotto (non benissimo) in inglese.
Durante il viaggio in treno rifletto sulla fugace impressione lasciatami da Mosca: il grigio domina, con qualche tocco di marrone. È una città stranamente efficiente, tanto che arrivo all’aeroporto in perfetto orario. Corro fino al gate d’imbarco, e avvicinandomi ai pochi passeggeri in coda osservo il bar alle mie spalle. Speravo di riuscire a farmi una birra, soprattutto perché dove sto andando ora è vietato bere alcolici, e invece mi distraggo pensando al casino in cui mi troverei se fossi al JFK e al fatto che nei prossimi giorni dovrò evitare termini come “casino” perché nella comunità di Vissarion le parolacce sono proibite—così come il tabacco, la carne e molte altre cose che, a differenza delle prime, Tamriko non mi ha ancora elencato.
Quattro ore, un pallido pezzo di pollo e due strane caramelle al limone più tardi, atterriamo ad Abakan. Sono le 7 e mezza del mattino, 60 minuti dopo l’orario di arrivo previsto. Mi avvio verso l’uscita, circondato da un odore insolito. È come se tutto lì fosse stato assemblato da un gigantesco macchinario sovietico che produceva aeroporti in serie, successivamente abbandonati al loro triste destino di decomposizione. Ma peggio ancora, non vedo nessun tizio di nome Ruslin con un cartello che dice ROCCO come invece Tamriko mi aveva assicurato. Troppo stanco per agitarmi, mi siedo e aspetto per circa un quarto d’ora, quando un uomo sulla ventina, biondo, alto e muscoloso, oltrepassa i controlli di sicurezza guardandosi in giro. Capisco che è Ruslin ancora prima di notare il pezzo di cartone piegato che porta sotto il braccio. Mi alzo e vado verso di lui, che si gira di scatto.
“Rocco,” spiego toccandomi il petto. Mi fissa negli occhi per qualche secondo, poi tira fuori il cartello. Annuisco. “Sì,” dice. Indossa un copricapo che avrei detto adatto a un musulmano ed esce, dirigendosi verso il parcheggio. Non dice una parola, ho i brividi.
Arrivato alla sua auto, una station wagon a trazione integrale con guida a destra, incontro quella che presumo sia la moglie o fidanzata. È giovane, di una bellezza particolare, e presentandosi sorride. Ma so già che non riuscirò mai a pronunciare correttamente—o quantomeno a ricordare—il suo nome, e non provo neppure ad annotarlo.
Saliti in macchina, i due scambiano un paio di battute mentre mi accomodo sul sedile posteriore, poi l’uomo indica un thermos. “Caffè?” Faccio di sì con la testa, e lui ne versa un po’ in una tazza a cui la donna aggiunge un liquido simile a colla vinilica. Mi guardano, aspettando che beva. Potrebbe anche essere veleno o un filtro magico, ma non è così male, e lo finisco in pochi sorsi. Rimaniamo in silenzio per un altro minuto o due. “Andiamo,” riprende Ruslin mettendo in moto.
Non impiego molto a capire che i due non masticano granché l’inglese o, per una qualsivoglia ragione, non sono interessati a me, quindi mi tengo occupato installando la penna USB per la connessione 3G sul mio PC portatile. Riesco ad attivarla e tento di entrare in video-chat, per poi passare ad iChat e raccontare alla mia ragazza che va tutto bene, che non dormo da qualcosa come 26 ore e che ho appena bevuto uno strano caffè offertomi da una coppia tecnicamente parte di una setta che mi sta ora accompagnando in una delle regioni più remote della Siberia. Poi la connessione salta, e non torna più.
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